Ha senso scrivere gratis?

Potrebbe sembrare una domanda retorica e a molti piace far finta che lo sia, per tutta una serie di motivi che più o meno vanno dal chi accetta di non farsi pagare danneggia i professionisti al le aziende non dovrebbero chiedere di lavorare senza cacciare un euro.

Voglio ben sperare che saremo tutti d’accordo sul fatto che nessuno dovrebbe ritrovarsi a scrivere senza essere pagato. Ma intanto, comunque, succede. Più spesso di quanto si dica – e a volte, addirittura, si neghi. Un (bel) po’ perché qualcosa devi cominciare a pubblicare, un po’ perché magari pensi di rivenderti il pezzo firmato per l’illustrissimo tizio o caio, e un po’ perché a volte si predica bene e si razzola malissimo, ma tant’è.

In un sistema come quello delle collaborazioni editoriali, basato anche (soprattutto?) su contatti e conoscenze – non per forza nel senso più ignobile del termine: se so che una persona lavora bene, è naturale che mi rivolga a lei – e in cui gli articoli sono il biglietto da visita più efficace, scrivere gratis può sembrare un’altra via (non l’unica, né la più giusta magari) per crearsi un portfolio. 

Sì, certo, nel mondo che vorrei le cose andrebbero diversamente e nessuna azienda si sognerebbe mai di non offrire un compenso – ricordiamocelo questo, se e quando entriamo a lavorare da qualche parte – ma non sono qui a filosofeggiare sul giusto e sbagliato, o a illustrare con un colpo di genio come risolvere la situazione. Soprattutto, non sono qui per colpevolizzare chi, per un motivo o per un altro, si ritrovi agli inizi della propria carriera (o aspirante tale) ad accettare più o meno di buon grado (questo dipende dalla situazione e soprattutto dai privilegi di ognuno) a farsi pubblicare gratis.

Quindi vi racconto come ho fatto io, rispondendo alla domanda iniziale attraverso altre domande, sperando possa essere utile a qualcuno.

Una premessa

Credo di essere stata fortunata ad aver cominciato a scrivere più seriamente quando abitavo a Londra, una città dove si macinano una quantità enorme di contenuti e dove facevo un altro lavoro, senza dovermi preoccupare di campare di questo. All’epoca, nemmeno avevo ancora iniziato il mio corso di laurea in giornalismo. Dalla mia avevo quello che hanno un po’ tutti a 20 anni: ingenuità, curiosità, un entusiasmo ingiustificato. E anche una laurea in storia dell’arte.

1) Devi davvero scrivere gratis?

Uno degli miei errori di gioventù più stupidi è stato quello di sottovalutare il fatto che forse qualcuno avrebbe davvero pagato, anche bene, per pubblicare quello che scrivevo. Ritrovandomi a firmare, per esempio, un articolo su un web magazine bellissimo ma indipendente – aka con un budget ridotto – e vederlo pochi giorni dopo twittato dall’account di una app del New York Times come “editor’s pick”. Ora, questo non vuole assolutamente dire che il NYT l’avrebbe accettato, ma la verità è che non lo saprò mai (lasciatemi sognare lol) perché non ci avevo nemmeno provato. Non fare come me.

2) Per quanto pensi di farlo?

Onestamente, ho scritto davvero pochi pezzi completamente gratis: forse meno di cinque? Mal pagati un po’ di più, ma è un’altra storia. Non ricordo precisamente e i miei primi articoli non sono nel mio portfolio – che è tutto dire, ahaha – ma so di aver deciso velocemente che questa cosa che non ci guadagnavo soldi doveva finire. Perché mi faceva arrabbiare e perché spesso la firma era l’unica cosa che mi portavo a casa: niente mentorship da parte degli editor e zero feedback sulla struttura o sulla stesura dei testi. E vi assicuro, non ero da Pulitzer.

Dovendo già proporre una buona idea per un pezzo e scrivere al meglio delle mie possibilità senza altre risorse a disposizione, tanto valeva provare a cercare qualcuno che per lo stesso lavoro fosse disposto a pagarmi. Capisco la necessità di avviare un portfolio, ma due o tre articoli – a volte anche uno – possono essere sufficienti per mostrare a un editor cosa sai e puoi fare.

3) Perché lo fai?

I soldi sono importanti, sì, ma a volte è importante guardare anche oltre. Lavorare con alcuni editor, con alcune redazioni, con alcune fonti, partecipare a certi eventi, bandi o concorsi sono cose che economicamente non mi hanno cambiato la vita, ma mi hanno fatto crescere tantissimo dal punto di vista professionale. 

Ognuno ha la sua storia, le sue possibilità, i suoi bisogni e i suoi obiettivi, è importante mettere a fuoco cosa ci aspettiamo da un’esperienza, capire se sia fattibile e quanto ci costerà (in tutti i sensi) per decidere se ne valga la pena.

4) Come smetterai?

A un certo punto bisogna anche chiederselo, come trasformare questa cosa in un lavoro. Qual è il piano? Come pensi di agganciare le redazioni che pagano? E quanto pagano? Quello che hai fatto, in che modo ti distingue dagli altri? Qui, per te, ho solo domande anche io.

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